L’influenza del blues, del jazz e del funk nella musica per banda…intervista a Dario Cecchini dei Funk Off

Ha discusso la tesi sperimentale in strumentazione per orchestra di fiati presso il Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli (BA). Margherita Dipierro, pianista e neo diplomata in strumentazione, con la passione della banda e delle sue possibili contaminazioni.
Vi proponiamo un estratto dalla introduzione della sua tesi dal titolo “L’influenza del blues, del jazz e del funk nella musica per banda: il fenomeno delle Marching Band in Italia”, relatore il M° Vincenzo Anselmi, in cui cita la Conturband come fonte di ispirazione della sua analisi.

La scelta degli argomenti trattati nella presente tesi è legata ad un’esigenza personale di un approfondimento risultato poi coerente in ambito didattico, della nascita in Italia, negli ultimi anni, del fenomeno delle Marching Band (chiamate più genericamente anche Street Band quando formate da organici più ridotti o a definirne la natura dell’esibizione in strada), e dall’influenza che tendenze quali la black music e il jazz hanno avuto sul concetto di banda tradizionale.
Personalmente il primo contatto con le Marching Band è avvenuto con la conoscenza della prima, storicamente parlando, Marching Band del Sud Italia: la “Conturband”.
Sono rimasta meravigliata dal loro modo di fare musica con lo scopo di far divertire la gente, aggiungendo delle coreografie ai loro brani musicali, intrisi di ritmo ed energia.
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Inevitabilmente la nascita di queste Marching Band è legata alla fusione tra la musica bandistica tradizionale, di origine europea, e la Black Music, termine ampio che comprende tendenze quali il Blues, il Funk e il Jazz, generi musicali sviluppatisi successivamente alla “banda” nei paesi di cultura anglosassone.
Il fenomeno delle Marching Band, per quanto sia moderno, apparentemente presenta tratti similari a quello della Banda Tradizionale: così come la banda, aveva l’obiettivo di divulgare la musica classica e sinfonica nelle piazze dei paesi, anche le Marching band diffondono la musica Jazz, Funk e Soul nelle piazze delle città; la cadenzata marcia in parata della bande militari tradizionali viene sostituita similarmente da andamenti coreografici basati sui ritmi delle nuove tendenze musicali.
Da ciò è nata l’esigenza di comprendere l’origine di queste nuove formazioni e di conoscere chi avesse posto le basi che hanno contribuito alla nascita di questo fenomeno.
La presente tesi è sviluppata in 4 capitoli, dove si analizzerà l’origine storica del fenomeno delle marching band, esaminando in seguito le forme musicali che ne hanno influenzato lo sviluppo, e terminando la trattazione con l’analisi di un fenomeno tipicamente italiano, la band “Funk Off”, che ha coniato a livello mondiale un nuovo modo di fare “marching band”.

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Qui di seguito l’intervista a Dario Cecchini, leader dei Funk Off.

Per analizzare meglio il fenomeno delle marching band in Italia, ho ritenuto di ascoltare la testimonianza diretta di colui che ne è stato indiscutibilmente l’artefice, avendo creato il gruppo musicale dei “FunkOff” e coniato la idea innovativa di Marching Band.

Da dove è nata l’idea di formare una Marching Band? Ne avevi già sentito parlare?
La mia idea era quella di formare un gruppo che enfatizzasse con il movimento, la partecipazione alla musica.
Inizialmente suonavo nella banda del mio paese, Vicchio, ma conoscevo anche molto bene le formazioni tipiche di New Orleans perché la mia famiglia di origine era appassionata di Jazz e in casa si ascoltava molto questo genere musicale. La banda per me era un modo per sperimentare un vecchio tipo di sonorità messo in contesti ritmici, armonici e melodici un po’ diversi.
L’idea era soprattutto quella di formare un gruppo che richiedesse la partecipazione attiva del musicista a quello che suonava.

Come mai hai pensato di ridurre (rispetto alla banda tradizionale) il numero dei musicisti a 15 elementi?
Questa formazione, anche non avendo i tromboni, fornisce la possibilità di esprimersi abbastanza e di avere soprattutto gli accordi di quattro suoni, perché io riesco a scrivere le trombe a 3 suoni ma i sassofoni a 4 e a volte anche a più suoni, dipende da quello che voglio ottenere.
La riduzione è necessaria perché è il concetto che è diverso, i Funk Off fin dall’inizio non erano una banda; la banda amatoriale, essendo formata da gente che ha un altro lavoro, non prova costantemente quindi è impostato in modo diverso infatti la quantità degli strumenti non cambia la sonorità, la banda suona comunque. Nei Funk off non è così, io voglio una formazione con dei suoni, con accordi in un certo modo; nei Funk Off della banda secondo me, resta il concetto di divertirsi suonando, il concetto di essere un gruppo unito, questo è tipico della banda soprattutto amatoriale, si suona per divertirsi, per stare insieme, si punta sull’energia e non sulla qualità musicale. Io invece pretendo l’energia dai musicisti ma anche la qualità e per questo il numero è ridotto; questa non è una banda, il concetto è quello di un gruppo in cui si suona e ognuno ha il suo compito, se hai la terza voce, deve esserci la terza voce perché se non c’è non suona bene.

Come sei arrivato alla scelta di questo tipo di organico con determinati strumenti anziché altri? Un organico nuovo non previsto da nessun’altra formazione?
È vero, l’organico non è previsto né dall’orchestra, né dalla banda ma se ci pensi, a parte il fatto che mancano i tromboni, è una piccola Big Band perché i sassofoni sono 4, i baritoni io li considero nel 95% dei casi come un basso che fa le linee dei bassi insieme al susafono.
La mancanza di tromboni è dovuta non ad una mia scelta ma ad un’esigenza logistica, all’epoca non conoscevo trombonisti bravi nella mia zona e questo mi dispiace perché con i tromboni la formazione sarebbe più equilibrata e più ricca dal punto di vista dell’arrangiamento.
Perché nell’organico strumentale ci sono 3 sax baritono più il basso tuba e solo 2 sax contralti e tenori?
Ci sono più bassi rispetto a sax contralti e tenori perché il groove deve essere molto presente. All’epoca avevo l’esigenza di avere un groove più presente proprio a livello sonoro. Il susafono prima non c’era quindi la formazione era debole a livello sonoro perciò avevo pensato di rinforzare la sezione dei baritoni.
A me piace molto affidare le stesse parti a susafono e baritono perché da una parte c’è l’attacco e l’aggressività dei baritoni e dall’altra hai il suono rotondo e pieno del susafono, quindi si riesce ad ottenere contemporaneamente grinta e suono.

Come mai non hai clarinetti e corni nella tua formazione?
Se ci pensi, il sassofono è nato perché si aveva l’esigenza di avere uno strumento che fosse una via di mezzo tra gli ottoni e i clarinetti, quindi qualcosa che si avvicinasse all’agilità dei clarinetti da un lato e dall’altro alla forza delle trombe, così è diventato lo strumento principale del Jazz.
Il clarinetto sarebbe superfluo perché andrebbe a lavorare nello stesso “range” delle trombe e per questo non mi ha mai interessato. Io punto molto sul volume, la banda non può prescindere dal volume perché è molto importante soprattutto perché noi abbiamo una formazione che è numerosa perché formata da 15 elementi ma non lo è se la paragoniamo ad una banda. Le bande dei paesi sono di 25- 30 elementi, nel Meridione anche 50.
Io voglio il volume, l’impatto sonoro e il clarinetto è uno strumento che non ha quel volume.
Per i corni è la stessa cosa, bisognerebbe averne almeno 4 per ottenere un suono soddisfacente, solo uno non avrebbe il suono necessario e soprattutto non farebbe sezione, io cerco le sezioni per poter scrivere al meglio.

Qual è il genere musicale che prevale maggiormente nei Funk Off?
Ho scelto il nome FunkOff ma è un nome che mi sono inventato, che mi piace e che sinceramente risceglierei ma non è dovuto al fatto che utilizziamo solo il genere Funk come molti pensano. La nostra musica attinge a tantissime radici e il Funk è prevalentemente ritmico; c’è qualche attinenza al Funk degli anni Settanta e Ottanta e anche a James Brown che è un misto tra Funk e Soul.
Le strutture dei nostri brani appartengono al Jazz, i giri armonici non sono Funk ma appartengono più al Soul che al Funk quindi il nostro non è puro Funk tranne la ritmica e il basso anche se in qualche nostro album troviamo un brano swing e Blues e non dimentichiamo che comunque siamo italiani quindi la nostra melodia in molti brani è una melodia che risente della nostra origine italiana.
I Funk off racchiudono un insieme di generi: il Funk per la ritmica, il Jazz per alcuni giri armonici e alcune strutture ma ritmicamente no, attinge più che altro dalla Black Music filtrata attraverso un gusto italiano anche se io sono nato ascoltando uno stile americano come Black e Jazz soprattutto.

A quali artisti ti sei ispirato maggiormente?
Io ho ascoltato molta musica Jazz tra cui sassofonisti come Charlie Parker, John Coltrane e soprattutto, per quanto riguarda le sonorità nei miei arrangiamenti, ascolto gli Earth Wind and Fire e James Brown.
La musica degli anni 70 in generale, che io ho ascoltato quando ero ragazzino, mi ha influenzato molto. A volte ascolto delle cose che ho scritto anni fa e riconosco, anche se non ero cosciente dell’ispirazione, che vengono da brani di artisti come Michael Jackson ad esempio. Tra le varie fonti di ispirazione molto importante per me è stata anche la Dirty Dozen Brass band, americana.

La tua Marching Band prevede la figura di un Direttore?
Nei Funk Off la prevede tantissimo, è una delle cose delle quali io non riuscire a farne a meno; solo gli “a solo” non prevedono la figura del direttore ma tutto il resto si, io chiamo gli stacchi, le uscite, faccio restare il solista solo con la batteria e ogni sera lo spettacolo è diverso proprio perché diversi sono i miei comandi da direttore per cui, secondo me, il direttore è una figura importante.
Il direttore che ha la possibilità di vedere i musicisti svegli su quello che devono fare e soprattutto guidare la musica e lasciarsi guidare per sentire la musica aperta, come un cantiere che può prendere varie direzioni, è la cosa che mi stimola tantissimo e che mi dà soddisfazione durante e dopo i concerti. La direzione per me è creatività sul momento ed è quello che mi piace fare e mai riuscirei a smettere di farlo. Certo, il concetto di direttore nel mio gruppo non è quello di un direttore classico, i miei riferimenti sono sulla musica Jazz in prevalenza e nella musica Jazz i direttori, ricordiamo Duke Elligton, non stavano lì davanti a battere il tempo anche perché non era necessario dato che questo era il compito della batteria e del basso.
Il direttore nel Jazz ha il compito di guidare la musica e di modellarla a proprio piacimento, di lasciare gli spazi che sembrano giusti a lui per valorizzare la musica e i solisti.

La tua formazione è più corretto chiamarla Marching Band e quindi facendo riferimento al genere americano o Street Band come spesso viene chiamata?
Io racconto sempre questo aneddoto: quando è venuto a suonare nel nostro terzo disco David Liebmann, ha ascoltato i nostri pezzi e mi ha detto che non potevo chiamare questa formazione Marching Band perché il termine si riferisce al genere americano.
Probabilmente le band di Dixieland le chiamavano Band di Dixieland o forse Street Band, però noi siamo italiani e a me piace il concetto di Marching Band nel senso che è una banda che marcia e quindi io personalmente preferisco Marching Band.

Esistono in altre parti del mondo delle formazioni come la tua?
Ci sono delle formazioni che hanno solo fiati ma non sono strutturate come i Funk off, sono formazioni più ridotte.
C’è una Band che fa dell’ottima musica e sono gli Young Blood Brass Band ma non eseguono delle coreografie come le nostre, ci sono anche Brass con sole percussioni e poi tutte le Street Band di New Orleans.
La risposta è no, non ci sono band che uniscono questo tipo di musica ai movimenti come noi.
Non ci sono band così nemmeno a New Orleans dove è nato tutto, spesso si tende a dire: ci si ispira a New Orleans ma New Orleans centra veramente poco, è giusto un punto di partenza.

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